Trovato su una rivista…


1)Ci vorrebbe la lotteria!

In TV si parla tanto di bamboccioni. ma il vero problema è che i giovani non vogliono rischiare.


Si fa un gran parlare di figli in età adulta che continuano a vivere in casa con i genitori come fossero teenager.
Mille riflessioni al riguardo nei salotti delle tv, capitanate dalla
conduttrice del momento che, da brava padrona di casa, ospita
sociologi, psicologi, intellettuali o pseudo-intellettuali, mescolati a
direttori di settimanali che sembra meglio percepiscano il trend della
nostra società… analisi dell’ambiente del lavoro e del precariato, dove
si riesce anche ad inserire una stilla subliminale di ideologia
politica, lavoro quindi senza certezze, problematiche delle abitazioni,
figli viziati da mamme con attenzioni e in adorazione alla prole che
scambiano il figlio per l’amante che avrebbero voluto avere… insomma
chi più ne ha più ne mette, tra décolleté in primo piano per alcune e
spoglie da educande per altre – per carità anche intelligentissime -:
esce fuori un frullatone! Però le due ore di tv-talk sono state
assicurate nel palinsesto mediatico, trasformato ormai su qualsiasi
canale come tribunale per le massaie. Ma avessi mai sentito da questi
personaggi parlare di rischio! Di quel rischio antico che ha pervaso da
sempre l’uomo, nel riuscire ad osare, ad inventare e reinventarsi, nel
costruire la sua strada, la sua famiglia sulla forza dell’amore, ecco
qual è il punto! I fidanzati perenni, devono prima studiare, iscriversi
all’università, non importa se prenderanno una laurea a quarant’anni,
devono trovarsi assolutamente un posto di lavoro stabile che potrà
permettergli di comprarsi una casa alle porte della città potendo
permettersi il lusso di pagare un mutuo di 35 anni, senza calcolare che
quando avranno finito di pagarlo avranno passato la sessantina. E poi
questo lavoro deve permettergli la settimana di vacanza estiva, magari
in una località alla moda anche se in tenda (ma di questa non parleremo
a nessuno, menzioneremo solo la località) e poi gli deve permettere
anche la palestra e che dire dell’auto anch’essa da pagare a rate?
Insomma, gentili lettori, a me sembra una chimera l’idea che giovani
ragazzi possano perseguire i loro sogni, le loro attitudini, uscendo
presto da casa, organizzandosi magari con amici, dividendosi stanze di
appartamenti, andando incontro alla loro vita, alle loro esperienze,
alle loro responsabilità con la spensieratezza che dona a loro la
gioventù. La pianificazione che imperversa non lega! Non lega nella
coppia che non ha rischiato, mano nella mano prefissandosi degli
obiettivi da raggiungere insieme, con le stesse fatiche, difficoltà ma
pur stretti in un unico abbraccio! Possiamo vedere giovani intervistati
in strada che rispondono: «Vorremmo sposarci, ma non abbiamo ancora una
casa» e altri che dicono «non ho uno stipendio sicuro», oppure «non
guadagniamo abbastanza…».
Città come Roma, Milano, sono prese d’assalto da giovani del sud che,
pur di migrare per lavoro, opportunità, si dividono le stanze, i letti
di appartamenti in affitto senza paura! «Ci vorrebbe la fame» dicono i
pochi vecchi rimasti che l’hanno conosciuta, a cui non faceva paura
nulla! è ovviamente nella classe media che pervade il terrore di osare,
la meschinità di non voler rinunciare a nulla di sciocco ed effimero.
Ma secondo voi, chi glielo ha messo in testa tutto ciò se non la
famiglia? Mi ricordo da immobiliarista la tizia che mi chiedeva: cerco
un appartamento in centro, assolato, silenzioso, terzo piano, buone
condizioni, che abbia almeno un balcone, meglio se abitabile, con box o
posto auto, che non costi molto…
Una vincita alla lotteria! Ecco cosa vogliono i giovani che non osano:
vincere una lotteria! Questo viene prima dell’amore, dell’indipendenza,
della creatività e intanto cominciano a spuntare i primi fili d’argento
tra i capelli…

L’Italia non è un paese per giovani.

Chiamiamoli non più anziani, ma sempreverdi. La vita si allunga e, per
gli italiani, gli anni dei capelli grigi non rappresentano più un
incubo. Secondo il rapporto Censis Salute, l’85,8% degli intervistati
over 60, ovvero di chi ha varcato la soglia di quella che una volta si
definiva terza età, giudica positivamente la propria condizione: fanno
ciò che vogliono, si sentono gratificati e contenti di ciò che hanno.
Meno del 15% ritiene noiosa o troppo piena di guai la loro vita e, tra
ciò che si desidererebbe fare, al primo posto figura l’attività fisica
(49,2%), avere maggiori amicizie e rapporti con gli altri (45,3),
dedicarsi ad un hobby o viaggiare. Anche per gli studiosi, la terza età
non è più un periodo di decadimento, ma una fase dello sviluppo
dell’individuo che, come le altre, si accompagna a processi di
cambiamento, ma non risulta necessariamente peggiorativa. Dai dati
Istat 2007, poi, si apprende che la speranza di vita nel nostro paese è
attualmente di  77,7 anni per gli uomini e 83,7 per le donne e
recentemente, da studi dell’Istituto Nazionale di Statistica, è
scaturito che un nostro neonato su due ha fondate speranze di arrivare
a spegnere cento candeline in buona salute.

Culle vuote e nonni al potere
Tutto bene, pare, ma abbiamo appena accostato i termini “Italia” e
“neonati”: e qui i sorrisi cominciano a spegnersi. Perché il nostro,
assieme al Giappone, è notoriamente quello con la popolazione più
anziana e dove il tasso di natalità, con un numero medio di 1,2 figli
per donna, rimane tra i più bassi in Europa (media 1,4) e nel mondo
(media 2,8). Senza contare che una grossa mano alla cicogna lo danno i
nuovi italiani figli di immigrati. Solo la Spagna nella UE ha un indice
inferiore (1,1), mentre all’estremo opposto c’è l’Irlanda, con una
media quasi doppia (2,0).
Culle vuote, dunque, ma il nostro è anche il Paese della gerontocrazia,
con una classe dirigente tra le più vecchie d’Europa. In seguito ai
rivolgimenti economici degli ultimi tempi, sono proprio coloro “che
hanno intorno a trent’anni” ad aver pagato il prezzo maggiore alla
crisi: sono stati i primi, affacciandosi al mondo del lavoro in
concomitanza dell’entrata in vigore dell’euro, a vedere dimezzato il
potere d’acquisto del proprio salario; sono loro ad aver sperimentato
per primi le incognite del precariato, e, fa sapere l’ISTAT, in seguito
all’attuale congiuntura economica hanno perso il lavoro quattro volte
in più rispetto ai loro genitori. Una generazione compressa tra
l’aumento della disoccupazione generato dalla crisi mondiale e la
mentalità con cui è stata formata: quella, per intenderci, del posto
fisso e delle mansioni canoniche.
La trentenne che cerca il lavoro da segretaria, o da operaia, commessa,
insegnante, avrà sempre più difficoltà ad essere inquadrata “a tempo
indeterminato” e dovrà probabilmente cambiare spesso occupazione.
Sicuramente meglio si troverà invece la trentenne che cercherà di
capire di cosa davvero il mondo del lavoro ha bisogno, cercando di
diventare imprenditrice di se stessa, senza attendere troppo aiuti
“istituzionali”.

L’Italia “regala” i giovani
L’emigrazione attuale non è più fatta di braccia, ma di cervelli, di
teste cinte dal lauro accademico: emigrano in decine di migliaia
l’anno, regalando ad altri Paesi una ricchezza che l’Italia costringe a
portare altrove. Il nostro non è un Paese per giovani, ha sintetizzato
Confindustria parafrasando la metafora del film dei fratelli Coen, in
uno studio realizzato, mettendo in fila una serie di numeri, profili e
previsioni sul mondo giovanile e l’istruzione. Qualche dato? Si calcola
che il sistema Italia abbia speso oltre un miliardo di euro per
l’istruzione di 11.700 giovani professionisti che ora lavorano (e
producono) oltre confine. L’importo è stato quantificato dal blog “La
fuga dei talenti”, incrociando gli ultimi dati Ocse (riferiti al 2006)
sulla spesa per l’istruzione in Italia e il Rapporto sulla situazione
sociale nel Paese del Censis, riferito allo stesso anno. L’istruzione
di ciascun giovane italiano dalla scuola primaria fino all’Università
costa infatti, secondo l’Ocse, oltre 100.000 euro. Se la moltiplichiamo
per il numero dei giovani espatriati solo nel 2007 (almeno 11.700),
tale esodo costa all’Italia oltre 1 miliardo e 170 milioni di euro
investiti per la loro formazione, senza contare quello che non
producono per noi. I neolaureati mettono le loro capacità al servizio
di aziende e istituzioni straniere, che le investono in attività
produttive e beneficiano dei loro frutti economici, e si tratta di
fatto di un investimento “regalato” dall’Italia, dovuto in buona misura
all’assenza di meritocrazia e alla poca partecipazione attiva degli
under 40 nei processi decisionali del nostro Paese. Il processo non è
certo controbilanciato dall’afflusso di “cervelli” stranieri nella
penisola: come ha documentato la recente ricerca della Fondazione
Rodolfo De Benedetti, in Italia – per ogni cento laureati nazionali –
ce ne sono 2,3 stranieri contro una media UE di 10,45.

Una scuola di serie B
Ancora in tema di istruzione, i dati offerti da Confindustria non sono
affatto incoraggianti. Il nostro sistema non riesce a raggiungere
affatto i parametri europei fissati a Lisbona: i giovani che lasciano
gli studi prematuramente (dopo l’istruzione di primo grado) sono il
19,8% contro l’obiettivo posto del 10%; il tasso di istruzione
superiore è solo del 76% contro il traguardo dell’85%, i giovani
italiani entrano nel mercato del lavoro mediamente tre anni dopo i
colleghi europei e la nostra classe insegnante è la più vecchia
d’Europa: un solo insegnante su cento (!) ha meno di trent’anni; in
compenso, si fa per dire, l’età media dei ricercatori è ben oltre i 40.
Abbiamo un quarto di borse di studio rispetto alla Francia e spendiamo
per il diritto allo studio la metà della media UE. L’età media dei
membri dei Consigli d’Amministrazione delle banche è di 15 anni
superiore alla media continentale e, da un’analisi condotta sulla banca
dati del Who’s who (il database dei top manager pubblici e privati),
risulta negli ultimi vent’anni un sensibile aumento dell’età dei
dirigenti industriali italiani: si è passati da una media di 56,8 anni
a una di quasi 61 (60,8 anni).
Che fare?

La ricetta di Confindustria
«Dobbiamo restituire il futuro ai nostri giovani», ha dichiarato il
Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia nell’illustrare 4
proposte che sono state presentate al vaglio del Governo. Al primo
punto figura l’abolizione del valore legale dei titoli di studio;
seguono la flexicurity alla danese, (non è una parolaccia, significa
che il giovane ha diritto a una formazione continua e parallela in
cambio di obblighi progressivi di accettazione delle proposte di
lavoro): la Danimarca ha introdotto questo sistema nel 1994 e da allora
la disoccupazione giovanile si è ridotta dal 30% al 12,5%, la più bassa
in Europa. Poi un piano di patrimonializzazione giovanile per
permettere il proseguimento degli studi anche a chi parte da posizioni
sociali svantaggiate e il compimento della riforma degli Istituti
tecnici. Le proposte verranno presentate anche al Governo per trovare
sbocco legislativo. «L’obiettivo – spiega la Marcegaglia – è fare di
tutto perché i giovani non siano più i grandi esclusi di questo
Paese».

Libere professioni
Buio pesto anche nelle libere professioni. Il giornalismo, la medicina,
l’avvocatura e il notariato hanno tempi di accesso lunghissimi; per di
più stage, tirocini gratuiti e condizioni di estremo precariato o
sotto-occupazione si susseguono senza soluzione di continuità fino a
oltre 40 anni. Qualche esempio: l’età media dei praticanti giornalisti
è di 36 anni; i medici sotto i 35 anni sono poco meno del 12%, mentre i
35-39enni, rispetto a 11 anni fa, sono diminuiti del 13,8%. Gli
avvocati, pur iscritti all’albo, sono a loro volta costretti per anni e
anni a un ruolo umiliante di passacarte, e tra i notai due su dieci
sono figli d’arte.

Giovani senza lavoro: ma dipende sempre dagli altri?
In Germania all’età di 18 anni la quasi totalità dei giovani esce dalla
famiglia: per studiare lontani, mantenendosi spesso con piccoli lavori,
o iniziare un’esperienza lavorativa. Certo la famiglia è sempre un
paracadute pronto a salvarli dai fallimenti, ma i ragazzi che “tornano”
a casa sono una percentuale bassissima. Stessa cosa negli Usa, in Gran
Bretagna, in Francia, ecc… Lo sanno bene anche tutti i giovani
italiani che hanno vissuto per un periodo all’estero, dove certo non
affrontavano la vita con la passività che magari avevano in Italia.
è vero che il sistema italiano è meno meritocratico, più nepotista, più
governato dai “vecchi”, ma quanta energia, quanta creatività dedicano i
ragazzi italiani alla ricerca del lavoro? Quanto sono disposti a
rischiare? Quanto davvero conoscono le proprie potenzialità?

Stipendio più basso
Lavori meno qualificanti, minori possibilità di emergere, retribuzioni
più basse: se nel 2003 il guadagno medio lordo di un giovane d’età
compresa tra i 24 e i 30 anni – si legge nel rapporto del Forum
Nazionale dei Giovani e del Cnel in collaborazione con Unicredit Group
– era di 20.252 euro, rispetto ai 25.032 euro percepiti dagli over50,
nel 2007 il divario si è significativamente ampliato: a fronte dei
22.121 euro corrisposti agli under30, i 51-60enni hanno percepito una
retribuzione media lorda di 29.976 euro.

Politica
I neoparlamentari hanno un’età media di 51 anni. Dal 1992 a oggi i
deputati under35 non hanno mai raggiunto la soglia del 10% degli
eletti, fatta eccezione per la XII° Legislatura nella quale
costituivano il 12,4%. Tra i partiti la Lega Nord, unica eccezione,
presenta un 20,1% di eletti tra gli over35 contro l’11,4% tra i
25-35enni; per gli altri partiti la percentuale di eletti in età matura
è quasi il triplo (47,4%). E quindi i giovani sino ai 25 anni, che
costituiscono il 18,7% della popolazione maggiorenne, hanno una
rappresentanza pari solo a un terzo dell’incidenza effettiva sugli
elettori.

Sotto i 35 anni, 1 su 2 è precario
Oltre un collaboratore su due con meno di 35 anni è precario: secondo
l’Istat, il 73,1% dei giovani che alla fine del 2006 erano assunti con
un contratto di collaborazione, dopo un anno erano ancora nella
medesima posizione. Ovviamente, chi lavora per 10 anni a progetto, come
collaboratore o a tempo determinato, ogni volta è costretto a
ricominciare dalla base della piramide, rimanendo escluso dalle
posizioni di vertice.

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