Metro.


ombreBizzarro come la percezione dello spazio e del tempo attorno a me cambi mentre scorre della buona musica nella mia testa. E mentre insieme a me, viaggiano le parole “Mi ritorni in mente….bella come sei….” l’ambiente circostante diventa come ovattato, sfumato nei colori scuri dei cappotti invernali, e chiaro delle pareti del vagone. Mi incanto nella bellezza del sottofondo musicale, ed anche se il volume non è poi tanto alto, è come se intorno a me anche chi mi circonda stia ascoltando la stessa canzone. Mi accorgo che alcune donne, un pò attempate, mi guardano attentamente. Succede, spesso. Chissà poi perchè.

Fermata. Nessuno scende, alcuni salgono. L’ambiente si stringe ulteriormente. Percepisco nell’aria un vago odore di veleno per insetti. Insetti in inverno? Non è fastidioso ma rende l’esperienza diversa, originale. Unica. Sovrasta tutti gli altri odori, pertanto anche lo spazio cambia identità. Come se non mi trovassi nella mia città, come se non mi trovassi nel solito vecchio treno puzzolente che giorno dopo giorno mi prende e mi riporta a casa. Con la musica il tempo scorre più in fretta. Un giorno mi sono ripromessa di misurare quante canzoni dura. Chissà se mi ricorderò mai di farlo!

Quando sono sul treno mi  piace osservare i riflessi nelle finestre. Mi piace osservare i volti delle persone che tornano dalle loro giornate. Mi soffermo su un cappellino crema, stranamente, più in basso del mio campo visivo…alzo un pò il mento. Un’anziana signora si fa largo tra la folla, cercando, magari, un posto a sedere. Ogni tanto da sotto la visiera di un baschetto rosso, proprio accanto a me, una donna mi lancia delle occhiate. Chissà, le ricorderò qualcuno…magari starà anche lei viaggiando con i pensieri, alla ricerca della conoscenza somigliante. Distolgo la mia attenzione dal vetro, di scatto. Un uomo sbircia da dietro il braccio di un ragazzo. Mi guarda. Sento, come al solito, che arrossisco e distolgo lo sguardo, imbarazzata. Guardo il cellulare…ancora non arriva la mia fermata. In compenso inizia una canzone rilassante. Me la gusto.

Mi chiedo sempre a cosa pensino le persone nella metro. Cioè, io spazio veramente tanto con la testa. E a tutto penso tranne che a cose concrete. Sono gli unici momenti in cui mi prendo tempo per pensare alle cose più strane. La vita ne toglie già troppo, di tempo, alla lista da spuntare giornaliera. Allora guardo le persone intorno a me. Una ragazza che mastica a bocca aperta un chewin-gum. Una signora che cerca disperatamente il cellulare che le squilla nella borsa, chiaramente imbarazzata. Un gruppetto di signore che ascolta i racconti di gioventù di un anziano spavaldo. Un ragazzo molto alto, di colore, dagli occhi tristi. Rifletto sul tempo. Corre, davvero. Sembrava impossibile pensarlo solo pochi anni fa. Eppure per determinate cose non passa mai. Vivere con te, per esempio. Già solo questo mi basterebbe. Ci eviterebbe così tanti dispiaceri. Ci aiuterebbe così tanto a trovare un nostro equilibrio. Chissà se, in questo vagone, sono l’unica a pensare al proprio futuro, in questo momento. Chissà.

Inizia un’altra canzone. Manca una sola fermata. Ho notato che dal treno, per le prime 3 fermate, le persone salgono solamente. Da li in poi, si svuota. Esco. Supero la folla che cerca di immettersi nella scala mobile. Io faccio le scale a piedi, così, per anticonformismo. Stesso motivo per il quale, sulla metro, non mi siedo mai. Preferisco siano altri a sfuttare certe “occasioni”. Come al solito, quando capita, il bigliettaio della metro mi saluta con la mano. Ormai sono adottata. Percorro il lungo parcheggio, calpestando rimasugli di un’auto andata a fuoco. Un ragazzo, gentilmente, si ferma con la macchina per lasciarmi attraversare. Apprezzo sempre molto questo tipo di gentilezze, specialmente quando non ho la pazienza di aspettare che non passi nessuno: cosa che avviene solo in determinate ore del giorno. Gli sorrido, grata. Questa volta passo dal lato esterno della salita. Spesso mi sento soffocare a percorrere sempre la stessa strada. Mi sento come uno di quei cavalli che di mestiere fanno le passeggiate. Percorrono sempre lo stesso tragitto, all’andata e al ritorno. Vedono quotidianamente gente diversa, è vero, ma questo non rende più interessante la loro giornata. E’ monotono.  Vengo fermata all’angolo sempre dalla stessa persona. Mi saluta sempre nello stesso modo:

“Chi è questa bella ragazza qui?”

“Quella che saluti tutti i giorni.”

“Dove vai, bella?”

“A casa, come sempre.”

” Sai che ho litigato con la mia amichetta? Io ho 46 anni, lei ne ha 21, però mi sà che è un pò matta.”

“Anche io ne ho 21, e non sono poi così matta!”

Nel frattempo una macchina esce dalla via, si ferma e il conducente ci guarda. Ha una maglietta rossa a maniche corte. Maniche corte in Gennaio? Ottimo diversivo per defilare.

“Ora però devo proprio andare, ci vediamo la prossima volta che ripasso di qua!”

“Ciao bella!”

Buffo come anche il saluto affettuoso di una persona familiare affievolisca un pò i pesi dei pensieri, che, scesa dal treno, mi riaffollano la testa. Ne traggo un pò di gioia. E l’umore mi si risolleva un pò.

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