Sale e pepe.


Non sò se sia giusto parlarne oppure no. Ma lo farò comunque.

Quando salgo sul vagone non mi guardo neanche intorno, mi limito ad appoggiarmi come sempre alla parete della cabina di pilotaggio, vicino la porta, così comoda per chi, come me, vuole passare quel quarto d’ora leggendo un buon libro. Mi ero ripromessa di finire il capitolo, perchè quel libro me lo ha consigliato Lui, ed io dei Suoi consigli mi fido sempre.

Parte.

Un paio di fermate ed il vagone è già colmo. Sono concentrata e faccio caso solo a qualche voce sopra i soliti toni medio bassi, qualche ragazzo spavaldo che fa il simpatico con qualche malcapitata. Continuo a leggere.

Il treno si riempie progressivamente fino a impedirmi di tenere il libro aperto. Lo chiudo. Lo tengo stretto a me, così da creare qualche cm² di spazio in più. Le persone si spostano, si incastrano, cercano di trovare quella combinazione di corpi che gli permetterà di viaggiare senza stancarsi troppo. Rivolgendomi verso il vetro della porta, inizialmente scorgo solo il sale e il pepe dei suoi capelli. Non passa molto e il suo alito di chewin-gum masticato da ore inonda il mio campo olfattivo. Vicino. Troppo.

Inizialmente ho pensato si stesse solo mettendo comodo, incastrando il braccio nel palo della parete su cui sono appoggiata. Rettifico non appena avverto la sua mano muoversi sui miei fianchi, scivolando su e giù su una delle solite magliette basic da lezione universitaria. Senza malignità ho creduto stesse solo cercando di afferrare il palo, per non cadere alle continue frenate del treno. Mi ricredo non appena lo sento avvicinarsi di più, sempre di più, come se di posto ce ne fosse, per avvicinarsi.

Tento di spostarmi, ma non ho modo di allontanarmi dalla sua presa. La folta capigliatura della ragazza davanti a me mi pizzica il naso. Non mi posso muovere. Sento che sfrutta ogni curva, ogni scossone, ogni movimento altrui per attaccarsi ai miei jens, spingendomi i fianchi con la mano in direzione della sua cintura. La sento premere e muoversi, su e giù, contro di me.

Un sussurro. Abbastanza flebile da non attirare l’attenzione dell’intero vagone su di me, abbastanza forte affinchè il messaggio arrivasse forte e chiaro: “La smetta, la prego…”

Non lo avessi mai fatto. Invece di desistere sembra abbia avuto l’effetto contrario, e con più affiatamento si stringe a me e continua con quella mano che avrei volentieri mozzato. Il tempo sembrava non passare più e la mia fermata era sempre più lontana…Maledetto treno che si svuota solo dalla mia fermata in poi. Abbasso la testa cercando la sua mano, per fargli capire che mi stà dando davvero fastidio. Smette per un secondo, giusto il tempo di rimettermi a guardare i capelli della ragazza di fronte a me. Per far passare il tempo osservo il nostro colore di capelli, il suo più rosso, il mio più biondo…Ma non funziona. Lui non è intenzionato a fermarsi, e qualsiasi movimento io faccia per staccarmi dalla sua presa lo incita a continuare.

Finalmente la mia fermata. Per scendere ho dovuto chiedere più volte di lasciarmi passare alla ragazza dai capelli rossi. Tutto avrei sopportato tranne dover aspettare ancora una fermata prima di scendere. Ce la faccio.

Scappo fino alla scala mobile, mi infilo sciarpa e giacchetto e mi avvio a passo svelto verso casa, il suo calore ancora sulla mia coscia. La tocco. Vorrei strapparmeli via quei jeans che da così belli ora non mi danno che la nausea. Non posso far a meno, man mano che mi avvicino alla mia via, di voltarmi. Mi sento seguita, ho paura che non gli sia bastato. Incrocio lo sguardo di un bambino che porta a spasso il cane. Deve avermi letto qualcosa in faccia, perchè si è fermato e mi ha guardata dapprima sorpassarlo, e dopo allontanarmi in salita. Forse ha solo scorto la lacrima che mi attraversava la guancia.

Arrivo a casa. Solo un cenno ai miei genitori. Mi chiudo in camera, i jeans buttati nel cesto dei panni sporchi. Li avrei inceneriti. Ed ora che sono qui, raccontando quel che mi è successo, sento ancora quell’odore di chewin-gum consumato. Odore che resterà come una macchia nella mia mente. Macchia che, però, non sò come rimuovere.

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