Dreams 5.


Sono a casa di mia nonna e c’è Davide con me.

L’atmosfera ricorda i giorni in cui non stavamo ancora insieme ma ci frequentavamo e basta, dopo una bella amicizia fatta di serate al telefono, messaggi dolcissimi e chat infinite. Trascorriamo il tempo insieme in quel modo che non lascia nulla al caso, nulla si dà per scontato, e tutto è fonte di nuove emozioni, tante inebrianti emozioni. Uniti da quei gesti che si incastrano perfettamente nelle nostre anime, ogni cosa esattamente al posto dove andava messa. Siamo felici, lo si legge negli occhi.
D’un tratto mi prende da parte, come a volermi dire qualcosa di importante che solo io dovevo e potevo sentire. Mi abbraccia, dolcemente, sempre più intensamente, stringendomi forte e all’improvviso sussurra:

“Mi sposo.”

Mi si blocca il cuore, non avrei mai immaginato qualcosa di così precipitoso scaturire da lui, che è sempre così insicuro nelle sue scelte, lui che anche solo per comprare un oggetto ci pensa 3 giorni. Inizio a sospettare che voglia farmi una delle sue solite sorprese, di quelle che alla fine indovino sempre perchè gli si leggono in viso. No. Ad un certo punto aggiunge

“Ho conosciuto la mia vicina qualche giorno fà e non sò proprio come sia successo, sento di volerla sposare, subito!”

Così ricaccio dentro una lacrima, prendendo coscienza della delusione di aver ricevuto il mondo in quei pochi giorni, un mondo che però non girerà mai più in parallelo con il mio. Eppure io ero pronta a donarglielo. Ero amareggiata, volevo urlare, tanto mi sentivo delusa e sorpresa, spiazzata da quella tempestività.
Gli chiedo quando hanno intenzione di farlo.

“Domani mattina, non posso aspettare”

Altre lacrime che vengon su, prepotentemente.

Decido di comportarmi come quella che ero, solo un’amica. Non mi aveva fatto promesse, non aveva lasciato trapelare nulla, la sua bocca. Ma il resto del corpo si, e forse era proprio lui che mi aveva illusa. Decide di tornare al piano di sotto, a sistemare un appartamento dove si sarebbe trasferito con lei. Io resto su quel pianerottolo, sotto le stelle, piangendo. Le persone mi guardano e ridacchiano a mezzabocca. Ennesima umiliazione da subire.

Passa la notte. E’ il suo grande giorno. Viene di sopra a chiedermi una mano con il vestito. Come al solito si è dimenticato qualcosa e come al solito dovrò sopperire io a quella mancanza. Non ha comprato il farfallino. Mi faccio coraggio, gli sfodero uno dei miei più bei (ma finti) sorrisi e scappo in camera di mia nonna, che, da brava sarta, avrà sicuramente della stoffa adatta, da qualche parte. Ne tiro fuori alcune strisce di diversi colori, così da poter scegliere insieme quella che gli sistemerò e legherò al colletto. Ne provo una: troppo fina e cadente. Ne provo un’altra: perfetta. Lui è contento, ed io con lui, perchè per l’ennesima volta mi sono resa utile.

Finita la cerimonia mi invita a vedere come ha sistemato l’appartamento e ad aiutarlo con le valigie per partire. Durante la festa non ho potuto non notare l’immensa, incolmabile distanza tra i caratteri di lui e della sua nuova lei. Come ha potuto non capire che gli sarei stata mille volte più affine io, di lei? Come ha potuto fare questo salto nel vuoto con una persona che a malapena conosce e che si ritroverà al fianco per tutta la vita?

Mentre siamo nell’appartamento la sento urlargli di fare questo, di prendere quello, di controllare quell’altro. Manco uno schiavo. Viziata e autoritaria. Non avrà vita lunga, questo atteggiamento, con lui, lo conosco abbastanza. Mi propongo di aiutarlo, e gli piego tutti i panni da infilare in valigia. Gli chiedo dolcemente come si sente, se è emozionato, se è Felice. Mi risponde di non saperlo ancora, è frastornato dai preparativi che lo hanno letteralmente invaso. Lo abbraccio ad ogni occasione, per regalargli ancora un pizzico di quel calore umano che sò di per certo sua moglie non saprà mai donargli. Fredda e rigida, controllata. Una del nord.

Lo accompagno alla macchina, lasciando lei indietro imprecando contro l’asfalto sbriciolato che le riga i tacchi delle sue altissime scarpe. Cammina come un T-rex. Scrollo la testa, come a dire: “ma che cavolo hai fatto?”. Mi guarda, di rimando, come per dire “Eh, che devo fà?”. Conosco fin troppo bene i suoi sguardi e sento forte dentro me che mi mancheranno da morire. Ma se lui è felice così, o lo sarà quando lo capirà, allora sarò felice anche io.

Sale  in macchina, mi da un bacio sulla fronte. Mi guarda a lungo, intenso. Lancia un’occhiata verso lei, che stà ancora arrancando verso la vettura. Mi guarda, arrossendo un pò.

“Mi sà che ho fatto una cazzata. Nessuna sarà mai come te.”

 

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