Remembering Japan.


Esattamente in questo periodo, due anni fa, Lui mi disse:

“Sai, c’è la possibilità di andare in Giappone, a Dicembre.”

Diciamo che per tutta una concomitanza di eventi che non starò ora qui a spiegare ma che riassumerò semplicemente con “botta-de-culo” ci siamo ritrovati a fare i preparativi per il primissimo viaggio intercontinentale della nostra vita. Vani sono stati i tentativi di convincere mio padre a prestarmi la reflex per poter riportare a casa delle foto decenti. 😦 Ci siamo dovuti accontentare di una compattina, pensando: “Se ci piacerà, ci torneremo.”

Dopo 2 mesi: tra centrali nucleari che esplodono, nuvole radioattive, tsunami e biosfera contaminata, la rosicatio aveva raggiunto livelli biblici. Se mai decideremo di tornarci, dovranno passare minimo 20 anni. 😥

Insomma: informati, preparati, muniti di tutto il necessario (apparte la reflex) eccoci su quest’isola tanto sognata, sospirata, immaginata, studiata sin da che ne ho memoria. Finalmente avrei potuto immedesimarmi nelle atmosfere magicamente surreali dei fantastici film d’animazione di Hayao Miyazaki che mi rapiscono tutte le volte, senza eccezione alcuna.

Devo ammettere che il primo impatto è stato un po’ brutale.

Un po’ come la prima ceretta dopo mesi di rasoio.

Io che da film, cartoni animati e documentari il Giappone me l’ero immaginato attaccato alle tradizioni, architettonicamente caratterizzato dalle sue casine di legno su plinti, con quei meravigliosi tetti a pagoda che disegnano il paesaggio con le loro linee spezzate addolcite morbidamente dalle curve delle tegole, con giardini grandissimi pieni di alberi colorati e dalle forme sinuose,  le strade che profumano di tè e tempura, i bambini dai capelli corvini che giocano inseguendosi lungo le viuzze strette che collegano case e case disposte a schiera ordinatamente.

No. Per chi atterra a Tokyo, nulla di tutto questo si prospetterà ai suoi occhi. Si viene invece immersi in una realtà lontana anni luce da quella cui siamo abituati noi in Italia. Già solamente il treno che collega il Narita Airport alla città la dice lunga. Ultramoderno, dotato di mille comfort, puntuale, pulito, profumato, disinfettato (davanti ai nostri occhi prima ancora di salire!) dotato delle poltrone più grandi che io abbia mai visto su un treno, ognuna, oltretutto, con relativo tavolino e presa elettrica.

Lo strappo c’è stato quando ho aperto gli occhi davanti tutto ciò.

Ed il bello è che non mi sono sentita delusa -per non aver visto concretizzarsi le mie aspettative- bensì sollevata. Non avrei sopportato l’idea di aver percorso la bellezza di 9714 Km e non ritrovarmi davanti ciò che in tanti anni la mia immaginazione aveva creato. Ma neanche qualcosa di diverso da quel che effettivamente Tokyo è. Sono stata quindi sbalzata dal mio mondo di fantasia e catapultata nel mondo reale. E che mondo! Un ALTRO mondo.

E l’ho amato.

Eccome se l’ho amato.

Perché il Giappone rapisce ognuno dei tuoi 5 sensi, li shekera insieme a più non posso e te li restituisce fusi in un unica sensazione: l’entusiasmo. Ma non quello che ti fa sorridere e basta. No. Almeno ne mio caso, si è trattato di un qualcosa che schizza giù fino ai piedi e ti fa saltellare d’allegria anche se non puoi camminare mano nella mano con l’uomo che ami. Che ti fa far male alle guance a furia di sorridere, anche se non puoi baciarlo in pubblico. Che ti fa arrossire d’imbarazzo quando hai il naso che cola, e sai che non potrai soffiartelo fino al primo angolo vuoto disponibile. Che ti lascia incredula quando le ragazze vestono in modo succinto e gli uomini (vestiti tutti uguali, invece) neanche alzano gli occhi da terra per guardarle.

E gli occhi ti si riempiono di colori, così tanti colori da farti quasi male, non puoi contenerli tutti. Svolti un angolo e dal centro di una metropoli al pari di New York ti ritrovi immersa in un parco cittadino vastissimo, nel quale, varcata la soglia, proprio come in un film di Miyazaki, cambi mondo. I suoni della città svaniscono lasciando il posto al gracchiare delle cornacchie e al sussurrare del vento tra le fronde degli alberi. E cammini e ad ogni passo lo scenario davanti a te cambia e cambia e cambia ancora, e non ti stancheresti mai di scoprirne ancora un angolino, ancora un po’. Perché l’angolo successivo è ancora più bello del precedente.

E senti di non poterne più fare a meno.

Spero di aver trasmesso solo un po’ dell’entusiasmo che mi ha riempito la valigia al ritorno da questa terra straniera. Vi lascio con alcune immagini che mi son rimaste dentro e che più di tutte mi ricordano i miei giorni trascorsi li.

La dolcezza di una mamma vestita a festa. Il suo piccolo che le cinge il dito con la manina.

Kenzo Tange. What else?

Shibuya. L’attraversamento pedonale più affollato del Giappone. Fermata della metro dove si commemora L’Akita-Inu Hachiko.

Tradizione e modernità. Una costante contraddizione giapponese.

La morte è una cosa seria. Troppo, per un bambino. Queste sono le loro tombe.

Vista dall’alto sembra quasi piccola…

La maestosità dei loro templi.

La prima apparizione del Monte Fuji.

Rapita. Non avevo più la percezione del mio collo a furia di guardare all’insù!

Nel Parco Imperiale di Kyoto.

Ci mancava solo Totoro sotto, e sarebbe stata una foto perfetta. 😀

Il tempio d’oro.

Delle bimbe che hanno insistito per farsi una foto con me. Da una sono diventate due. Tre. Quattro.

Passato un quarto d’ora non avevano ancora finito. XD

Nagoya.

L’unica occasione che avevamo di vedere il Monte Fuji così bene e relativamente vicino.

La nuvola di Fantozzi lo sapeva. Ne sono sicura.

Arrivederci, profondo Est.

Arrivederci.

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